Beni culturali di Gela
LO SCATAFASCIO DI PORTA MARINA
Essersi occupati per più di due decenni di giacimenti culturali e, in relazione ad essi, avere avuto a che fare direttamente o indirettamente con politici, assessori e sindaci, ci consente di fare un’affermazione secolare che difficilmente può essere smentita: disinteresse, insipienza e ignoranza generazionale hanno contraddistinto da sempre l’operato degli amministratori gelesi nei confronti dei beni culturali della città e del suo territorio. Quanti casi di “barbarie” si possono evidenziare. Chiese distrutte (quella rinascimentale di S. Antonio, la trecentesca di S. Giacomo e quelle settecentesche di Santa Lucia, S. Nicola di Bari, ecc.), un numero incredibile di basolati di vie e vicoli del centro storico spariti (ultimo quello di via Feace), palazzi antichi cancellati, mura di cinta medievali deturpate. Ma tra tutto questo scatafascio di beni culturali oggi scegliamo di parlare di Porta Marina, perché, a nostro modo di vedere, rappresenta l’esempio più eclatante del vergognoso atteggiamento delle istituzioni, sovrintendenze di Agrigento (prima) e Caltanissetta (dopo) comprese, nei confronti delle memorie storiche. Porta Marina, il confinante bastione e, addirittura, la chiesa di S. Francesco, nella seconda metà degli anni Cinquanta, corsero il rischio di essere diroccati così come era successo qualche anno prima agli antichi locali, il convento cinquecentesco dei PP. Conventuali, che ospitavano il municipio: il tutto sotto l’egida di un rinnovamento (?) urbanistico voluto da Salvatore Aldisio. Se allora ciò non accadde lo si dovette alla vibrata protesta di alcuni gelesi; tra essi un ruolo decisivo lo ebbe il compianto Padre Luigi Aliotta, cultore di patrie memorie, il quale riuscì a bloccare parte di tale insano proposito. Anche la casa di Antonio Scibona, passato alla storia recente di Gela come primo contestatore delle istituzioni, fu salvata; infatti, lo stesso Scibona assieme all’anziana madre, dopo lo sfratto ricevuto dal Comune, si caricò il letto per andarlo a sistemare a ridosso dell’ingresso sud della Chiesa Madre; tale fatto suscitò un tale scalpore nell’opinione pubblica che il sindaco dell’epoca fu costretto a revocare quanto impunemente aveva ordinato. Così il Scibona e la madre rimasero in quella casa fino alla loro morte. Intanto, Porta Marina per opera della Sovrintendenza di Agrigento (fino al 1991 competente per questo nostro territorio) fu smontata pietra dopo pietra per un suo rifacimento, in particolare i conci delle due arcate principali furono numerati per una loro futura ricomposizione. Stranamente, però, di tale rifacimento non si vedeva nulla; addirittura, il Comune di Gela lasciò che un contiguo proprietario di una casa a est di Porta Marina impiantasse dei pilastri di cemento armato sullo spazio (proprietà inalienabile del demanio comunale) pertinente alla struttura antica. Nessuna denunzia mai fu fatta. Da allora praticamente Porta Marina non esiste più; i conci numerati, immortalati in una fotografia del Comm. Attilio Guglielmino, a quanto pare andarono perduti (sic) dalla Sovrintendenza di Agrigento o di quella di Palermo e mai nessuno delle istituzioni competenti si è curata di accertarne le responsabilità. L’usura del tempo e le piogge, però, inevitabilmente logorarono la consistenza delle pietre dell’unica parete rimasta di Porta Marina al punto tale che nei primi di ottobre del 2000 si produsse un rovinoso crollo che fortunatamente non provocò nessun danno alle persone. Da allora, per evitare un ulteriore collassamento di quel che rimane di Porta Marina, fu realizzato un puntellamento che ne ha quasi totalmente chiuso il passaggio. E’ incredibile come ancor oggi nulla è stato fatto e nulla si fa per eliminare questo obbrobrio e per ricostruire possibilmente l’antica Porta Marina come una volta era nelle previsioni. |